di Umberto De Giovannangeli
ROMA – Di Israele si scrive di tutto e di più. Con una radicalizzazione di posizioni che non giova alla comprensione di una realtà così complessa, sfaccettata, contradditoria, come è quella israeliana. Ragionare è il contrario di emettere sentenze. Una convinzione che ho maturato nel corso dei quarant’anni, l’età avanza, di frequentazione di quel mondo in eterno conflitto. Chi scrive, non ha lesinato critiche per la reazione israeliana al devastante attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre (aperto inciso per i più irriducibili pro-Pal: massacrare, stuprare, rapire civili, tra i quali donne e bambini, è un atto terroristico e non di resistenza all'”occupante sionista”). Così come è assolutamente inaccettabile l’impunità goduta dai coloni pogromisti in Cisgiordania; una violenza che ha portato ex primi ministri israeliani – Ehud Olmert, Ehud Barak – che certo non possono essere tacciati di essere filo-Hamas, di definire la violenza dei coloni come terrorismo ebraico. Sono convinto che il messianesimo religioso, l’ideologia che guida l’azione dell’estrema destra ebraico-israeliana, sia una iattura per Israele. Con le loro dichiarazioni e soprattutto con i loro comportamenti, Ben-Gvir e Smotrich, non due scappati di casa ma ministri con importanti incarichi nel governo Netanyahu, hanno alimentato l’antisraelismo nel mondo, finendo per portare acqua al mulino di quelli che sono usi a condannare Israele, non per quello che fa ma per quello che è, sin dalla sua nascita: lo Stato focolaio del popolo ebraico. Ma, con tutti i suoi limiti e le sue storture, Israele resta una democrazia. Non so se l’unica in Medio Oriente, certo una democrazia, imperfetta ma funzionante. Una democrazia plurale, dentro cui si confrontano, spesso aspramente, posizioni agli antipodi (tali da far impallidire le diatribe italiane). Una democrazia che cerca di restare tale anche di fronte ad uno stato di guerra permanente, che non è solo una invenzione di Netanyahu e soci per restare al potere. So che a sinistra qualcuno arriccerà il naso. Tant’è, ce ne faremo una ragione. Da sempre sono convinto che i palestinesi nostrani che vogliono apparire più palestinesi dei palestinesi, ai palestinesi, quelli veri, finiscono solo per fare danni. Oggi Israele è a un bivio. Un bivio che va ben oltre la dimensione politica. Un bivio esistenziale. Perché la posta in gioco non può essere ridotta a Netanyahu sì o Netanyahu no. La posta in gioco è l’identità stessa di Israele, e in essa di quel sionismo laico e inclusivo che fu alla base dell’azione dei padri fondatori dello Stato ebraico. Per questo è importante seguire, con intelligente criticità e attenzione, il tentativo del leader del ‘blocco del cambiamento’, Gadi Eisenkot, di dare vita a un governo che non escluda a priori, quanto meno come appoggio esterno, i partiti palestino-israeliani. Non è solo questione numerica: senza i 19 parlamentari della Lista Araba Unita e della Joint List, il blocco del cambiamento non ha una maggioranza parlamentare. La questione è politica, nel senso più alto e nobile, e anche drammatico del termine. Eisenkot non ha escluso a priori un rapporto con i partiti palestino-israeliani, ma ha posto dei paletti irrinunciabili; tra questi, il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica. Qui c’è un punto cruciale. Coinvolgere significa responsabilizzare. Significa che chi vuole essere riconosciuto come parte integrante del governo di Israele, deve farsi carico non solo della comunità che tende a rappresentare, ma dell’insieme della popolazione, anche della maggioranza ebraica. È uno snodo epocale per Israele, di cui la formazione di un governo di vero cambiamento, sarebbe un proficuo inizio. So bene che i duri e puri nostrani, gli “incontentabili” per i quali anche con Eisenkot primo ministro, tutto resterà uguale, le dinamiche politiche in atto in Israele, sono solo fumo gettato negli occhi del mondo. Ma difendere lo Stato di diritto, istituire una commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre, porre un freno all’azione violenta dei coloni in Cisgiordania, aprire spazi umanitari a Gaza, non mi appaiono poca cosa. Sono questioni cruciali, che intervengono su ferite lancinanti che il 7 ottobre e i terribili tre anni che l’hanno seguito, che potranno, forse, essere lenite negli anni. Ma quel dibattito duro, severo, in atto Israele è un segno di vitalità democratica. Ignorarlo, potrebbe salvare la coscienza dei duri e puri, ma sarebbe fare un torto, esiziale, alla verità storica. Scriveva il grande scrittore israeliano Amos Oz: “Il compromesso è considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto. Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo”. Mai come oggi, le considerazioni di Oz appaiono attuali. Vitali per Israele. Per il suo futuro ma anche per quello dei palestinesi e dell’intero Medio Oriente.
(Foto di copertina: Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, rivolge un gesto ai suoi sostenitori durante il comizio della notte elettorale, dopo la diffusione dei primi exit poll; la scena si svolge a Tel Aviv nelle prime ore del 28 ottobre 2026, nel corso delle elezioni legislative in Israele. Eisenkot, candidato dell’opposizione, ha dichiarato nelle prime ore del 28 ottobre che Israele ha scelto il cambiamento, voltando pagina rispetto al governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, e ha aggiunto che cercherà di formare un nuovo esecutivo. Foto di Jack GUEZ / AFP)
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo https://www.dire.it

