ROMA – Così come sta togliendo spazio alla lettura, la diffusione della tecnologia sta mandando in crisi anche il braille. Anche per questo all’Istituto Cavazza di Bologna è stato inventato un nuovo sistema, chiamato ‘Brilla’, per insegnare in maniera più facile il linguaggio tattile per non vedenti non solo a chi ha perso la vista, ma anche ai normovedenti che stanno al fianco delle persone cieche. La trovata porta la firma di Fabio Fornasari, architetto museologo e collaboratore storico del Cavazza, che ha deciso di donare la sua invenzione all’istituto. E ora partirà la sperimentazione. Ogni anno il Cavazza conta circa 6.000 utenti tra corsi di specializzazione, formazione per i medici, laboratori, ingressi ai musei e consulenza per famiglie di minori con disabilità visiva (circa un centinaio si rivolgono all’istituto).’Brilla’ è dunque “una porta di accesso per entrare nel mondo del braille, per apprendere un codice altrimenti difficile- dice Fornasari- per i vedenti non è così naturale comprenderlo: è più facile per chi lavora con la tattilità, senza la dimensione visiva”.
Il nuovo sistema invece “riporta il braille” in una gestualità più comune per i normovedenti, come quella della scrittura e della pittura. ‘Brilla’ funziona così: su foglio preparato con i fori, che corrispondono ai sei puntini del braille, viene tracciato con una vernice che rimane in rilievo un segno che unisce i puntini corrispondenti alle lettere. Sollevando il foglio, sotto rimane il braille. Per permettere alle persone di leggere il braille, l’idea è appunto “tracciare delle linee che collegano i puntini per trasformarli in segni riconoscibili alla vista”. Anche una persona adulta che diventa cieca in tarda età, quindi con difficoltà a imparare il braille, “attraverso questo strumento può essere avvantaggiato”.
L’invenzione è stata presentata questa mattina nella sede del Cavazza. “Conoscere il braille è fondamentale- spiega il presidente Elio De Leo- ma oggi c’è una crisi nell’utilizzo di questo strumento. C’è una specie di rifiuto della lettura, come tra chi ci vede. Bisogna reagire”. Anche per questo, spiega De Leo, per la prossima giornata mondiale del braille l’Istituto ha chiesto la collaborazione dell’Usr per coinvolgere le scuole. Fornasari aggiunge: “Se una persona decide di non usare il braille ma lo conosce, non è un problema. Ma se una persona decide di non apprenderlo perché ci sono le tecnologie, questo si chiama analfabetismo e va contrastato a tutti i livelli”.
Marco Trombini, presidente regionale dell’Unione italiana ciechi, afferma: “Con tutta questa tecnologia il braille è ancora utile: si gestisce meglio la tecnologia. A volte i genitori lo rifiutano per la non accettazione della disabilità del figlio. Invece col braille la persona non vedente può essere alla pari dei normovedenti”.
L’idea di ‘Brilla’ si inserisce nel solco di una “lunghissima tradizione del Cavazza- spiega il presidente- che dal 1881 è considerato l’istituto per i ciechi in Italia, e non solo, un po’ più all’avanguardia sull’innovazione. Questo strumento si presenta come ausilio semplicissimo da adoperare, il compito dell’istituto adesso è sperimentarlo e renderlo accessibile a tutto il mondo della disabilità visiva”. Il meccanismo, rimarca De Leo, “è abbastanza semplice, ma la concezione che c’è dietro è frutto di un lungo lavoro di meditazione sul braille e in generale sull’universo dei codici. È il nostro piccolo contributo al mondo”.
La fase che stiamo attraversando, ragiona ancora De Leo, “può essere che sia di vera mutazione antropologica. E se avvenisse nel senso che oggi alcuni segnali ci danno, io la vedrei come molto negativa, perché abbasserebbe non solo per i non vedenti, ma per l’umanità intera il suo livello di istruzione e quindi la sua capacità di conoscere e di avere autonomia nella cognizione, con tutti i pericoli che questo comporta. Conoscere i codici significa avere capacità cognitiva, autonomia, pensiero e pensiero critico”. Il braille, prosegue il presidente dell’Istituto, “è uno strumento potentissimo e sottovalutato. Presenta di per sé anche un’affinità con l’informatica e il Cavazza è stato il primo in Europa a fare corsi di informatica per non vedenti che sembrava una cosa impossibile”. Uno dei compiti dell’Istituto è “cercare di rendere concreti i diritti che sono sanciti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dell’Onu sulla disabilità- ricorda De Leo- ma tutti i diritti oggi stanno un po’ tornando indietro. Quelli per i fragili si sentono forse un po’ prima e un po’ di più, fanno più male. Però è un discorso generale, non corporativo”.A partire da metà ottobre, il Cavazza avvierà anche un percorso di supporto pedagogico alla genitorialità, dedicato alle famiglie con minori non vedenti o ipovedenti che frequentano l’istituto. Saranno incontri gestiti insieme alle famiglie sui temi rispetto a cui hanno maggiori bisogni. Ad esempio, spiega la pedagogista Sara Marchesani, emergono esigenze legate alle nozioni sugli ausili per la didattica, su come sviluppare l’autonomia dei bambini, l’adolescenza, la gestione dinamiche in famiglia e a scuola.
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